Come ad ogni consueto appuntamento mi infilo le cuffie e procedo con l’ascolto, infilo gli occhiali e continuo con le immagini.
Ascolto visivo.
Vado a colpo sicuro su www.myspace.com/dietrasfer e vedo su sfondo nero 4 quadrati di colore differenti e che da poco è uscito l’EP “Plastic Machine”, guardo la foto del profilo e mi chiedo “chi suona cosa” e, soprattutto, “a chi appartiene quale colore?”.
Mentre mi faccio di queste domande tolgo la riproduzione casuale dal lettore di mayspace e comincio “il trasferimento”.
La prima canzone e “Dark Place”, una voce confusa tra gli strumenti continua a quanto sia duro il viaggio introspettivo nei meandri bui delle nostre persone. Purtroppo non sono, in realtà riuscito a capire esattamente cosa dicesse il cantante, un po’ perché la scelta linguistica è l’inglese, un po’ perché effettivamente la voce in questo brano è sotto gli altri strumenti, probabilmente una scelta della band.
Dalla prima canzone, a volte, è possibile farsi una vaga idea del gruppo, vediamo cosa succede. Quando parte la batteria di “the villain” capisco che qualcosa sta cambiando. La chitarra ritmica continua con il suo riff in power cord “stile punk” a tenere alto il ritmo del pezzo, mentre la voce ha un tono predicatorio, come se parlasse ad una folla, come se all’alba di ogni frase il cantante si gonfiasse il petto di significati e li sputasse direttamente nelle casse dell’ascoltaore.
“Sunrise”, ora è il basso a dettare il ritmo del branno. Sembra più solare questo brano. Qui forse vongono fuori tutti gli “Editors” che sono in loro (senza nessun tipo di offesa ovviamente), li sento nel tempo della batteria e anche nella voce, forse un pelo incerta, forse per la lingua.
Mentre parte “Changing our ways” mi faccio accompagnare dall’incalzo del ritmo e dalla curiosità a sbirciare tra le foto della band. Pochi live, la band probabilmente è di nuova formazione, ma ci sono numerose foto che li ritraggono in sala di registrazione “Garage Studio”. Scivola anche “Love you shave you loose you” con la sua ritmica ben definita e la voce plana sui riff di chitarra senza virtuosismi o piroette strane, si comporta anch’essa come uno strumento.
Il finale è decretato da “break away”, pezzo più che altro strumentale con un coro forse già sentito nelle precedenti canzoni. “Break away” è, secondo me, il pezzo adatto alla chiusura di un lavoro alla registra zio, un’ottimo outro, forse il migliore dell’EP per il semplice fatto che è azzeccatissimo nella posizione e nel significato che esso rappresenta nel lavoro.
Complessivamente mi piace il progetto Die Transfer, il gruppo, la strumentazione, le scelte dello studio e, ovviamente, la musica prodotta. Sarò felice di poter contattarli per farci due chiacchere e capire qualcosa in più sul nome, testi scelte “foniche” ecc. ecc. Ovviamente il mio parere non è un giudizio bensì un’”opinione alla pari” e, se dovessi un giorno risentire la band di Treviso, mi piacerebbe che ci fossero dei testi in italiano e che ci fosse anche un pelo più di sicurezza nei suoni, giusto per aiutare a catturare l’attenzione.
Ascolta e scarica l’intervista!



2 responses so far ↓
1 ruggero // feb 24, 2010 at 5:15 pm
grandi ragazzi! bella intervista!
2 marco garage studio // feb 28, 2010 at 6:50 pm
grandi ragazzi continuate cosi!
Diffondete il verbo!
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